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LA VITA di SAN GIACOMO della MARCA

                   

La nascita e l’adolescenza

Il piccolo abitato di Monteprandone era, al tempo della nascita del nostro Santo, uno dei tanti “castelli” sorti attorno al Mille, arroccato su un colle prospiciente la Salaria, a pochi passi dall’Adriatico. La storia degli abitanti di questo castello, come quella degli altri castelli limitrofi, emerge dai reperti archeologici della preistoria, per esaltarsi nelle vicende della romana Truentum, per poi placarsi nel silenzio dell'invasione longobarda e dei primi insediamenti monastici. Nel XIV sec. il paese natale di fra Giacomo è da poco tempo un altero comune medievale e le sue case, difese da mura e torri, si stringono a cerchi concentrici attorno alla chiesa parrocchiale di S. Nicolò.

Venne chiamato Domenico, il bambino nato in una domenica di settembre del 1393, diciottesimo figlio di Antonio Gangale, detto “il rosso” e di mamma Antonia. A Monteprandone si addita un piccolo edificio, oggi trasformato in oratorio, come casa natale di S. Giacomo e posto proprio al culmine del paese. A pochi passi, all’esterno del muro dell’antico battistero della parrocchia, una vecchia stella di le­gno (unita ad una nuova in mosaico collocata nel 1926), ricorda an­cora oggi la nascita del Santo.

I genitori di Domenico vivevano all’interno delle mura, accanto alla chiesa parrocchiale: certamente erano proprietari della loro casa e di qualche campo nel contado, coltivabile e da pascolo. Da precisi do­cumenti sappiamo che tali proprietà continuarono per tutto il ‘500, passando in mano ai figli e ai nipoti di Antonio Gangàle.

I lavori dei campi e della pastorizia hanno segnato gli anni della fanciullezza del piccolo Domenico. A spese sue provò la durezza del lavoro di mandriano e più tardi egli stesso scriverà: “E questo io pro­vai quando da ragazzo fui guardiano di pecore e di porci” e il fedele Venanzio si affretta a parlare di pericolosi incontri con lupi, fra le bo­scaglie attorno al paese e anche delle difficoltà di Domenico con i fra­telli maggiori, che lo costringevano a questo ingrato lavoro.

Della fanciullezza di Domenico non sappiamo altro: il resto è semplice congettura. Ma dagli scarni documenti relativi alla sua adole­scenza emerge un fatto che segnerà il futuro cammino del Santo. Si tratta dell’uscita da casa sua, che fra Venanzio paragona ad una fuga e che mette in relazione alla sua difficoltà di pascolare il gregge in mez­zo ai lupi: “Quisto fo impaurito tanto de quillo lupo che uno di fogì de casa de soj fratelli et andosenne ad una terra chiamata Ofida da lon­ge da la terra sua nove miglia et locho trovò uno preite seculare suo parente et quillo preite lo ricevecte in casa sua con grande gravità et carità et insegnoli de legere dignamente. Parichi misi de pòi che quisto figliolo fogì de casa de isti fratelli  uno suo fratello trovollo con quisto preite et che imparava bene; lo lassò stare et recomandollo multo ad quisto preite “. Non conosciamo chi fosse questo sacerdote di Offida, forse uno dei parroci o cappellani del paese e neppure sappia­mo il grado di parentela, forse uno zio. Per due anni circa Domenico (che poteva avere Otto o nove anni) trovò nella quiete di una canonica offidana un’accoglienza benevola, un padre affettuoso, un’istruzione adeguata e certamente anche una maggiore apertura alle problemati­che della fede. Tale benessere fisico e spirituale in cui il ragazzo era immerso fu notato da un fratello di Domenico che passava per caso (o era stato mandato dalla madre?) per Offida e Domenico poté rimanere da quel suo maestro, il primo che la Provvidenza gli aveva trovato, per aprirgli Orizzonti inaspettati.

Infatti questo sacerdote Parente fu bene impressionato dal caratte­re volitivo di Domenico e dalla sua intelligenza e capacità di riuscire nello studio, e certamente dietro suo consiglio la famiglia di Domeni­co decise che il ragazzo non doveva ritornare in paese e ai lavori dei campi e lo fece andar in Ascule, et loco imparò et divenctò bono gra­matico “. Certamente Ascoli poteva offrire ad un giovane studente molto più di Offida o di Monteprandone e qui, ospite forse di qualche buona famiglia o di una comunità religiosa, Domenico iniziò e portò a buona riuscita lo studio letterario (latino, grammatica, retorica, poe­sia). A giudicare dalle molte citazioni dei classici latini, della Divina Commedia, di Jacopone da Todi, di Cecco d’Ascoli e di altri autori che sono sparse nelle molte prediche di S. Giacomo giunte a noi, pos­siamo dare ragione al giudizio di “bono gramatico” che fra Venanzio attribuisce al Santo. Anche l’arte della retorica sarà preziosa per il fu­turo predicatore, che incanterà le platee dell’intera Europa con la sua parola.

E ragionevole pensare che Domenico si trattenne ad Ascoli alme­no tre-quattro anni, cioè il tempo necessario per maturare la sua espe­rienza letteraria, probabilmente fin verso il 1410, fino all’età di 16 an­ni circa. Per Domenico quello ascolano fu un periodo sereno e fecon­do, dal momento che Ascoli sarà per sempre considerata dal Santo al pari di una sua carissima patria e sarà ricordata nelle sue lettere con accenti di affettuoso ricordo.

Gli studi perugini, la magistratura

“Poi se n’andò a Perosia et locho studiò più anni “, ci avverte il fedele Venanzio. Ormai la strada dello studio era iniziata e si richie­devano mete più ambiziose in ambienti più prestigiosi. Insieme ad al­tre città italiane, come Bologna, Padova e Pavia, lo “studio” di Perugia era famosa per le scienze giuridiche e la vivacità della sua cultura. In questa città il giovane di Monteprandone completò il suo curriculum scolastico (circa cinque anni), conseguendo la sua laurea in diritto.

Non dovettero essere anni facili, anche per le difficoltà economi­che che tale studio richiedeva. Per non pesare probabilmente sulla sua famiglia, Domenico accettò il lavoro di pedagogo ed istitutore dei figli di “un gentiluomo” perugino: “eb beato Iacomo andando ad Perosia et uno gintilomo de Perosia lo recevette in casa sua con grande carità che aveva parichi figlioli, et el beato Iacomo insegnava de legere ad quisti figlioli, et isto ogni dì andava al studio ad audire la lectione et così stecte gran tempo et sempre attese a lo studio et non perdeva mai tempo et fuggiva ogni mala compagnia “ Si evidenziano ancora il carattere forte e le qualità morali di questo giovane, che sa unire il la­voro allo studio e che non perde tempo dietro a facili e goliardiche compagnie.

Sui ventuno anni Giacomo era già laureato in diritto e gli si apriva davanti la strada della magistratura. La sua conoscenza ed amicizia con il “gentiluomo” perugino questa volta gli fu provvidenziale, dal momento che costui fu chiamato a Firenze in qualità di magistrato (ca­pitano del popolo o podestà) e portò con se anche Domenico “e facen­dolo notaro si chiamava ser Domenico. e detteli uno officio de danno dati). Il titolo prestigioso di “ser” era riservato ai notai pubblici, ed infatti il nostro Domenico dirigeva, in qualità di legale, l’ufficio pub­blico dei danni arrecati a terzi. Il biografo aggiunge, in un’ altra parte, che “era officiale in Toscana in uno castello de fo de Arezzo, chiamato Bibbiena

La chiamata alla vita religiosa

Il 1415 (o 1416) segnò una svolta fondamentale nella vita di Do­menico: l’abbandono della lusinghiera carriera di magistrato e la scel­ta della vita religiosa. Ciò avvenne - ed è facile immaginarlo - non senza una certa fatica interiore.

Racconta fra Venanzio: “Et là li venne una voluntà de abandonar il mondo et servir a Dio. Et andosenne ad uno monasterio de monaci de la Certosa che è fora de Fiorenza chiamato Cammarii, et parlando con lo Priore di quello monasterio li dechiarò la voluntà sua como haveva desiderio de abandonare il mundo et servire a Dio; et lo Prio­re lo examinò de più cose, et trovò in lui una buona voluntà de Servir a Dio, et dixeli che non volea recepirlo allora, ma voleva che ce pen­sasse bene per alcuni di; et lo beato Iacomo partì di loco et non ce tornò più”.

Nella sua stringatezza il racconto è prezioso nel presentare lo sta­to d’animo del giovane magistrato: c’è un cuore che si sta interrogan­do sui grandi valori della vita, c’è già un iniziale vuoto interiore che si vuole colmare ad ogni costo. Questo giovane appare risoluto nel chie­dere il massimo, anche se ancora è incerto sulla via da percorrere. Una cosa è chiara: Dio l’affascina e il messaggio di Cristo l’attira potente­mente. I germi della fede seminati in lui da bambino nell’ambiente pa­terno e la carica interiore donatagli probabilmente dal suo parente sa­cerdote offidano, uniti alla sua istintiva propensione alla riflessione e all’audacia delle scelte producono la crisi di crescita nel giovane ma­gistrato. E mentre si trovava a Bibbiena nel giorno del venerdì santo (così ammettono quasi tutti gli storici biografi) Domenico fece la scel­ta di “abandonar il mondo”, quel mondo che era stato già così genero­50 con lui.

Tentò dapprima di inserirsi nella vita benedettina, bussando alla prestigiosa Certosa di Firenze. Qui il Priore, forse vedendo la tituban­za del giovane non ancora sicuro della sua scelta o forse per eccessiva prudenza, lo esortò a ritornare da lui dopo un congruo periodo di ri­pensamento. Ma Domenico non tornò più alla Certosa, quasi avesse avuto una strana sensazione di essere stato scaricato. Ma gli continua­va nel cuore il tormento di una scelta da compiere e sempre più era co­me calamitato dall’impegno di una vita religiosa. Qualche autore met­te, a questo punto della vita di ser Domenico, un probabile viaggio nella vicina La Verna, un incontro con fra Bernardino da Siena e una specie di probandato, cioè di un breve periodo di vita comune religio­sa, a mò di prova per future scelte.

Nel mezzo di tale crisi decise di fare ritorno nelle sue Marche. Non conosciamo il motivo di tale rimpatrio, anche se possiamo facil­mente immaginare quanto Domenico sentisse in quel momento il biso­gno di casa sua o dei luoghi della sua adolescenza, forse per consultar­si con qualche amico, forse per regolare qualche affare di famiglia, forse semplicemente per una carezza di sua madre che, come tutte le madri, sanno capire i tormenti interiori dei loro figli. Fu durante il viaggio verso le Marche che Domenico passò davanti al convento francescano di S. Maria degli Angeli: “Pochi dì depoi se tornò a Perosia per tornar ne la Marchia, et passando ad Sancta Maria degli An­geli, et loco ademandò delo Vicario de la Provincia et fogli dicto che loco era et lui dimandò di gratia poterli parlar Et essendo menato in­nante al patre Vicario, lui disse tucta la sua intentione: et come aveva intentione et desiderio de abandonare il mondo et servire a Dio; et cossi lo recevecte et vestiolo frate “ Conosciamo il nome di questo Vicario dei Minori Osservanti: è fra Nicola da Uzzano, che in quel momento era il superiore del convento della Porziuncola. Egli aveva la facoltà di accettare nuovi frati e di vestirli legalmente con gli “abiti della prova” prima di ammetterli al noviziato. Fra Venanzio riporta con la massima precisione, che la vestizione di ser Domenico avvenne nel coro della chiesa di S. Maria degli Angeli e proprio nel primo stal­lo, a cominciare da destra. Sappiamo anche il giorno ditale vestizione: 25 luglio 1416, festa di S. Giacomo apostolo. Da quel momento ser Domenico di Antonio Gangàle di Monteprandone assumeva il nome di Giacomo della Marca.

Per ser Domenico la scelta è compiuta. Nel giro di pochi mesi, a 23 anni circa, la rotta della sua vita è decisa: sarà sacerdote, sarà frate francescano, sarà Minore dell’Osservanza. E questo lo sarà per tutta la vita, senza ripensamenti, con lo stesso slancio della sua ardente giovi­nezza.

“Et fo mandato per novitio al locho de le Carcere et loco stette uno anno con grande fervore et devotione et oratione et humilità “. Ta­le giudizio positivo sull’ anno di noviziato di Giacomo è convalidato da un altro giudizio, in cui si dice che egli “superò i più provetti (reli­giosi) e si sparse la fama delle sue astinenze, umiltà et orationi”. Il giovane novizio non scherzava affatto: la stessa grinta che finora aveva messo nella professione di magistrato, ora la mette a servizio della perfezione evangelica. Il convento delle Carceri, nascosto fra i boschi del Subasio, era il luogo splendido e selvaggio insieme, adatto per fare chiarezza dentro di sé, per alzare lo sguardo verso la grandezza di Dio, per fare uno stacco netto con la realtà del mondo, per gustare la sem­plicità francescana in una vita sobria ed essenziale. Ancora oggi si in­dica nel bosco del convento una cella in rovina, costruita in muratura a secco, dove S. Giacomo della Marca, da novizio, si ritirava a pregare e a fare penitenza. Sicuramente sarà servita ad altri religiosi prima e do­po del nostro Santo. Ci piace comunque ricordare questa memoria a ri­guardo del serio novizio di Monteprandone.

“Finito l’anno, fo recevuto ad professione ad Santa Maria de li Angeli in quisto locho proprio dove fo vestito”. Dopo l’anno di noviziato, Giacomo scese di nuovo a Santa Maria degli Angeli, forse alla fine di luglio del 1417, per disporsi alla professione irrevocabile della regola francescana. Con questo rito fra Giacomo della Marca accetta­va di vivere i tre voti religiosi dell’obbedienza, della povertà e della castità. “Se osserverai queste cose - diceva il sacerdote durante il rito io ti prometto, da parte di Dio onnipotente, il possesso della vita eterna “. “Amen” rispose fra Giacomo. Così sia in questo momento e per tutta la vita.

Terminato il noviziato ed emessa la professione, fra Giacomo ini­ziò gli studi teologici, indispensabili per diventare sacerdote, presso il convento di San Salvatore a Firenze: “Il B. fra Jacopo da Montepran­done della Marca l’anno dopo della probazione venne a stare in que­sto luoco di San Salvatore ove stette molti anni”. Per fra Giacomo furono certamente anni di impegno e di fervore, immerso soprattutto nello studio della Sacra Scrittura. Fin dall’inizio dei suoi studi teologi­ci egli si esercitava anche nello scrivere brevi prediche, che avevano tutto il sapore di giovanili esercizi scolastici, come quella compilata nella notte di Natale e recitata nel 1417. Sappiamo che in quegli stessi anni S. Bernardino da Siena, il grande predicatore e innamorato di Cristo, era superiore presso il convento di Fiesole, che distava a me­no di un’ora di cammino dal convento di San Salvatore. Tutti i biogra­fi del nostro Santo fanno capire quanto sia stata preziosa questa vici­nanza, nella formazione teologica e spirituale del giovane professo.

Finalmente, al termine del triennio speso negli studi teologici, fra Giacomo fu ordinato sacerdote nel convento fiorentino di San Salvato­re: era il 13 giugno 1420 ed aveva 27 anni.

 

Il predicatore appassionato

Tutti i biografi sono concordi nel testimoniare la grande capacità oratoria di fra Giacomo da Monteprandone. Già in quella sua prima predica nella festa di S. Antonio di Padova aveva mostrato la sua sicu­ra dottrina, il suo zelo apostolico e le sue ottime qualità di oratore, frutto di innata capacità e di preparazione accurata. E questa sua capa­cità mise a disposizione della Chiesa per il bene delle anime, per tutta la sua vita.

Dice fra Venanzio: “Item poi che stecte all’Ordine quattro anni, li fo dato 1 ‘Offitio de la predicatione et era tanto desideroso de volere fare cosa che fosse piacer et grato a Dio et salute de le anime che con fervore et sollicitudine adtendeva al/o studio per potere havere qual­che cosa quando bisognava; et con grandissimo fervore seguitò 1 ‘offi­tio de la predicatione che io le intise dire più volte che più de 40 anni durò che ogni di haveva predicato. quando ne le città, quando ne le castella, et quando ne li casali; et quando non poteva predicare in nulla parte predicava a li frati; et molte volte andava ad predicare fora per castella et casali, et la sera innante se metteva in nammollo una scotella de fave et la matina la metteva in una sua sacchetta et pi­gliava pane, cepolle o aglj, et questo era lo suo cibo perché ogni dì di­giunava, et alcuna volta predicava ad uno et duj et tre casali lo di: et quando era hora de mangiare, per digiuno se mangiava quelle fave molle con pane et cepolle; et cossì  passava la vita sua “. Si tratta di una commovente testimonianza da parte di un discepolo che ha vissu­to in prima persona le predicazioni itineranti del suo maestro e ha condiviso con lui i pericoli, le stanchezze, le fatiche, oltre alle indubbie gioie spirituali. Venanzio parla di 40 anni di predicazione, ma si sba­glia: si tratta infatti di ben 47 anni di predicazione ininterrotta, e cioè fino al 20 maggio 1467.

S. Giacomo si attiene nella sua predicazione al modo di predicare dei francescani del suo tempo. La loro era una predicazione popolare, accessibile a tutte le classi sociali, con un linguaggio vivo, ricco di esempi, a volte arguta. Il pulpito diventava non solo la chiesa, ma la piazza, i campi, le officine, le strade. Erano toccati i temi fondamentali della fede, soprattutto i grandi temi dell’incarnazione di Cristo (nascita, morte) e della morale evangelica. Le predicazioni avvenivano soprat­tutto nei tempi dell’Avvento, della Quaresima e a Maggio, ma natural­mente le predicazioni minori si organizzavano secondo le richieste e le necessità locali e con durate diverse. La durata delle prediche era varia­bile: da 1 a 3 ore e si tenevano normalmente al mattino presto o all’ora del vespro. S. Bernardino da Siena divenne il modello della predicazio­ne francescana dell’Osservanza, modello di fede e fervore apostolico, di fine arguzia e bellezza letteraria, di stile oratorio. Lo stesso S. Gia­como affermerà che molto egli doveva a Bernardino: “Ricordo che egli m’insegnava a predicare e il modo di emettere la voce, regolare i gesti ed anche a fare le esclamazioni a tempo e a luogo debiti “.

Molto fecondi per la predicazione risultarono a fra Giacomo i pri­mi anni del suo sacerdozio, quando il maggior tempo che aveva a di­sposizione gli permisero di stendere per iscritto molte delle sue predi­che, giunte così fino a noi. Abbiamo così i cosiddetti “SERMONI DOME­NICALI”, cioè una raccolta di circa un centinaio di prediche, tenute in ogni domenica dell’anno sui testi della Scrittura usati nella messa. Possiamo affermare che l’intera vita di S. Giacomo della Marca fu spesa nella predicazione e possiamo così suddividere il suo intero ciclo di apostolato della parola:

dal giugno del 1420 alla fine del 1431 predica in Italia (e per quando riguarda le Marche tocca le città di Ussita, Visso, Montemona­co, Macerata, Jesi, Cupramontana, Camerino, Tolentino, Fabriano, Ancona, Recanati, Fano, Pesaro):

dal gennaio del 1432 all’aprile del 1434 svolge apostolato della predicazione in Dalmazia, Slavonia e Bosnia;

 dal maggio del 1434 alla primavera del 1435 è in Italia (nelle Marche predica la quaresima ad Urbino);

 dalla primavera del 1435 al settembre del 1439 ritorna in Dal­mazia, Slavonia, Bosnia, Boemia e Ungheria;

dal novembre del 1439 al dicembre del 1452 predica nuovamen­te in Italia (nelle Marche predica ad Osimo, Fermo, Fabriano, Treia, Urbino, Camerino, Cingoli, Ascoli; a Monteprandone torna più volte nel “suo” convento e appiana controversie con i paesi confinanti);

ai primi del 1453 ritorna in Dalmazia, ma è richiamato d’urgenza in Italia, dove lavora fino al 1457 (nelle Marche predica a San Severi-no, Matelica, Fermo, Sant’Elpidio, Ascoli, Fano, Fabriano, Ancona);- dal maggio del 1457 è di nuovo in Dalmazia, Bosnia, Ungheria, Boemia e forse in Polonia, fino alla fine del 1458;

tornato in Italia vi resta fino alla morte (1476): la sua predicazio­ne dirada sempre più, ma è sempre presente. Più volte viene nelle Marche. Visita Ascoli e la sua Monteprandone - dove dimora sempre più a lungo e per l’ultima volta nel 1472.

Non si sa quando fra Giacomo lasciò il suo convento fiorentino per iniziare i suoi viaggi di predicazione, così come è difficile stabilire tutti gli spostamenti nei suoi itinerari e le soste missionarie.

 

Nella seconda metà di aprile del 1432 entrò nel regno di Bosnia, su richiesta del superiore dell’Ordine, fra Guglielmo da Casale, che lo nominava suo legato per i conventi dell’Osservanza di quella nazione.

Quindi alla funzione di predicatore pontificio, fra Giacomo dove­va aggiungere il problema del riordinamento della vita religiosa fran­cescana e, se possibile, l’introduzione dell’Osservanza tra i religiosi della Bosnia. Il compito era estremamente difficile, perché molti reli­giosi non desideravano allinearsi alla riforma sostenuta da fra Giaco­mo e si appellavano direttamente al re di Bosnia. Nel mezzo ditali onerosi impegni, fra Giacomo dovette accusare un momento di stan­chezza per le eccessive fatiche missionarie, forse anche per un cedi­mento nella sua salute ed anche per attentati diretti contro la sua per­sona. Ci troviamo certamente negli anni più difficili della vita aposto­lica di fra Giacomo. Molti storici mettono a questo punto un breve viaggio in Italia, e precisamente a Firenze dove si trovava papa Euge­nio IV. Qui fra Giacomo si ritemprò nelle forze e nello spirito, anche per la vicinanza del suo maestro Bernardino da Siena.

Nel 1435 ritroviamo fra Giacomo nuovamente in Bosnia, con le stesse facoltà di prima e nel 1436 lo troviamo in Boemia, chiamato espressamente dall’imperatore Sigismondo, impegnato nella lotta con­tro i Turchi, e munito di tre Brevi personali di papa Eugenio IV che lo nominava inquisitore dell’eresia ussita e lo muniva di numerosi privi­legi e speciali facoltà spirituali. Le diocesi boeme fanno a gara ad ac­coglierlo e i vescovi scrivono lettere apostoliche al clero e al popolo perché ascoltino fra Giacomo come un inviato del Signore. Trascrivia­mo due delle tante attestazioni di stima verso frate Giacomo: la prima è una lettera indirizzata al Papa dal capitolo dell’arcivescovo di Co­locz, città nel Danubio a sud di Buda, e porta la data del 4 dicembre 1436: “Beatissimo Padre... abbiamo creduto doveroso rendere noto al­la Santità Vostra come il signor fr. Giacomo debba Marca.., destinato al regno d ‘Ungheria, abbia attraversato mo/te regioni debbo stesso re­gno con grandissimo pericolo debba sua vita.., ha portato mo/ti frutti a/ba Chiesa... “. La seconda è addirittura dell’arcivescovo primate di Ungheria: “Fra Giacomo... nel predicare la parola di Dio e la fede or­todossa qui in Ungheria, con le sue grandissime e diligentissime fati­che, che gli costarono abbondante sudore, ha estirpato grandissimi errori.., e come coraggioso atleta di Cristo, con tutte le forze oppose la sua più esatta diligenza per convertire gli eretici e ridurre gli sci­smatici a//a fede cattolica “(41), E papa Eugenio IV non tardò ad assi­curare la sua più grande stima a fra Giacomo: “Al diletto figlio fr Gia­como debba Marca dell ‘Ordine dei Minori, nunzio apostolico, salute e apostolica benedizione. Con letizia abbiamo appreso quanto ci è stato

ultimamente riferito e ciò che il tuo zelo ha operato lodevolmente con l’aiuto del Signore... specialmente nelle predicazioni tenute in Unghe­ria e luoghi limitrofi nei qua/i hai compiuto cose grandemente utili. Sicché, benedicendo il Signore, lodiamo la tua virtù, esortandoti a perseverare costantemente, senza mai stancarti, di condurre a termine la buona opera cominciata.,, Ferrara, 4 apri/e 1438.

Durante questi anni in Ungheria fra Giacomo dovette subire addi­rittura una sospensione “a divinis” (o la scomunica) da parte dell’arci­diacono di Vilak, un certo Simone Bachiense, che era stato montato da un clero ostile alle riforme ecclesiastiche propugnate dal Santo. Ci fu un processo vero e proprio, ma fra Giacomo ne usci riabilitato e vitto­rioso e l’arcidiacono domandò umilmente perdono.

In questo clima così difficile, pieno di sospetti, violenze e oltrag­gi, fra Giacomo compiva il suo dovere di predicatore. Gli storici anno­verano in questi anni trascorsi in Ungheria e Boemia ben 16 attentati alla sua persona o ai suoi collaboratori. A volte mentre teneva i suoi discorsi furono prezzolati falsi uditori perché con urla e fischi lo inter­rompessero impedendogli di parlare.

Solo nel 1439 fra Giacomo fece ritorno in Italia, passando per Ve­nezia. Lo troviamo dapprima ad Osimo e a Loreto, quindi nel 1440 a Fano e a Padova, dove predica la Quaresima. Fu durante tale predica­zione padovana che fra Giacomo ricevette una affettuosa lettera di pa­pa Eugenio IV che gli concedeva il permesso di pellegrinare verso i Luoghi Santi, quasi come un premio e un meritato riposo dopo le tante fatiche missionarie. Sappiamo dagli storici che fra Giacomo fu certa­mente a Cipro e che qui aveva predicato e che tornò in Italia l’anno se­guente 1441. Non sappiamo con certezza se fra Giacomo andò in Terrasanta e se si fermò solo a Cipro. È comunque certo che nei suoi scritti vi sono precisi riferimenti ad usi e costumi di Gerusalemme, specie nel suo scritto: “Ordo pere grinationum Jherusalem “, contenuto nel codice 30 di Monteprandone.

In data 10 giugno 1441 fra Giacomo ricevette ancora una volta una lettera da Firenze da parte di papa Eugenio IV, che gli notificava che nella Marca d’Ancona cresceva di giorno in giorno la setta eretica dei Fraticelli, Ed ecco di nuovo fra Giacomo ripercorrere in lungo e largo la Marca. Nel 1441 fu ad Osimo. Nel 1442 fu a Fermo a predica­re la Quaresima e la gente accorsa fu tanta (3 o 4 mila persone ogni volta) che si dovette predicare quasi sempre sulla pubblica piazza. Co­me ringraziamento per l’opera svolta, la municipalità donò al Frati dell’Osservanza la chiesa di S. Martino con l’edificio annesso, che in seguito presero il nome di chiesa e convento dell’Annunziata.

Da Fermo fra Giacomo si recò a Fabriano, dove era atteso con impazienza e dove predicò con il solito zelo. Qui a Fabriano capitò a fra Giacomo un episodio alquanto increscioso, riportato dalla penna di fra Venanzio, Il capitano di ventura Niccolò Piccinino, capo delle milizie pontificie, aveva raggiunto il territorio fabrianese per impos­sessarsene, ma le sue milizie furono messe in fuga e il senato gli negò l’ingresso in città. Il Piccinino sospettò che tale diniego fosse stato suggerito da fra Giacomo. Per questo, dopo averlo invitato nel suo ac­campamento, lo aggredì violentemente e lo minacciò di morte tratte­nendolo presso di lui. Ma i fabrianesi, non vedendo ritornare il loro predicatore, si attaccarono alle campane delle chiese e tutto il popolo si diresse verso gli accampamenti del Piccinino. Fra Giacomo fu libe­rato e ricondotto in città. Sentiamo il racconto dalle vivaci parole di fra Venanzio: “Capitanio (Piccinino), subito che lo vede disse: frate Iacomo, frate Iacomo te insegnerò de predicare mi! Et frate Iacomo disse: Che vole dire queste parole, Signore? Eb Capitanio disse: Tu hai predicato et ammonito tucto  el populo che non mi lassasse intrare dentro de la terra, ben te insegnerò de predicare mi. Frate lacomo disse: Signore queste parole non disse mai. E il Capitanio disse: Io te lo farò provare. Et frate lacomo disse: Nullo me poterà provare me questo che non lo disse mai... Et lo Capitanio disse ad uno fami­glio: Metti quisti frati alla tal cambera (in prigione) et habbi cura di loro. Era frate Iacomo con lo compagnio fo misso  in quella cambe ra, et de li ad pocho sonò le campane de la terra (della città) ad allarme. Et  subito el  Capitanio cavalchò et uscì fuora (se fuggì) con tucta la gente sua

Dopo Fabriano fu la volta di Treia, Ascoli e Urbino. Il 28 maggio 1443 papa Eugenio IV nominò fra Giacomo nunzio apostolico nel territorio di Aquileia, accordandogli amplissimi privilegi e facoltà nella predicazione per arruolare uomini in soccorso a milizie ungheresi che combattevano eroicamente contro i Turchi. Nella Quaresima del 1444 fra Giacomo predicò a Siena e successivamente a Todi. Durante quest’ultima predicazione giunse la notizia della morte di S. Bernardino da Siena, avvenuta a L’Aquila il 20 maggio. Era morto il suo maestro ed amico, il confidente e il sostenitore di tante battaglie in seno alla Chiesa e all’Osservanza. Fra Giacomo cor­se a L’Aquila per venerare le spoglie mortali di Bernardino, quindi fe­ce ritorno a Todi.

Più volte abbiamo citato il famoso discorso funebre che fra Gia­como fece in morte di S. Bernardino. Si tratta del discorso giunto a noi tramite il codice 60 dell’archivio di Monteprandone. Dopo aver indi­cato Bernardino come il santo ideale per la Chiesa, fra Giacomo trabocca di ricordi e di affetto. Riportiamo qualche brano dalla traduzio­ne latina: “O padre mio benigno, ricordo quando al noviziato nel con­vento delba Verna mi tagliasti la prima tunica; ricordo quando dalle Marche venni a Prato a sentire la tua predicazione e volevi che io fa­cessi sempre colazione con te; ugualmente ricordo quando mi scrivesti affinché ti inviassi una lettera di consolazione a motivo delle grandi persecuzioni e così feci; ugualmente ricordo che scrissi al papa e ai cardinali [in tua difesa] a motivo delle molte critiche; ugualmente ri­cordo quando ti accompagnai nelle Marche e ambedue andammo per l’elemosina e mangiammo insieme lungo la strada e ci venne a man­care il vino; ugualmente ricordo che quando tu predicavi a Massa ed io [predicavo] a Siena mi hai inviato alcuni donativi ed io incaricai i tuoi colleghi a portarti delle tinche del lago di Perugia; ugualmente ricordo che nel conventino della Capriola (presso Siena) volevi che io facessi sempre colazione nella tua celluzza; ugualmente ricordo quan­do in Siena ll/a Capriola venivi nella mia stanzetta e mi asportavi le pantofole dai piedi ed io mi opponevo ma poi facevamo colazione in­sieme; ugualmente ricordo quando nel convento di Assisi tu, il tuo compagno fr Vincenzo ed io andammo a mezzanotte a santa Maria degli Angeli in silenzio; ugualmente ricordo come in san Damiano, ove era grande turba di frati, mi prendevi per mano e mi ponevi alla tua destra; ugualmente ricordo che a Bologna nella processione del capitolo generale e in santa Maria degli Angeli mi volevi nel luogo dei dignitari di fronte al tuo compagno; ugualmente ricordo quando da Urbino mi facesti avvertire che mangiassi un po di carne perché altrimenti non avrei potuto proseguire nel lavoro evangelico; ugualmente ricordo quando mi insegnavi a predicare e a fare le esclamazio­ni; ugualmente ricordo quando tu, io e un amico prendemmo dei pesci nel lago di Perugia e li mangiammo insieme, e come nella mezzanotte sentendomi dire che dovevo andare a predicare a Todi, dalla mia ca­mera venni alla tua per chiedere la benedizione e me la desti volentie­ri e partii e mai più i miei occhi videro il tuo volto,,. perché nella città di Aquila quella [tua] santa anima tanto si è affaticata nella evange­lizzazione e per grazia di Dio è uscita da quel santo tabernacolo del suo corpo e si è unita all ‘eterno re in quel trionfale regno...

Fra Giacomo rimase a L’Aquila, tranne breve ritorno a Todi, fino ad ottobre, finché non fu data degna sepoltura al corpo di Bernardino, dopo aver costatato diversi miracoli avvenuti sulla sua tomba e raccol­to molte testimonianze utili per la canonizzazione, che sarebbe avve­nuta appena sei anni dopo, nel 1450.

Nell’ottobre dello stesso 1444 fra Giacomo fu a Rieti e poi a Terni, ma nell’anno successivo lo troviamo a Perugia, dove ingaggiò una lotta serrata contro i Fraticelli e a Foligno per la predicazione quaresimale.

Fra il 1445-46 fra Giacomo si trovava a Camerino e a Cingoli. Memorabile fu il suo passaggio nelle città di Ascoli e di Fermo, nel 1446, perché il Santo divenne arbitro della situazione, fra le due città sempre in litigio fra loro, e arrivando perfino a proporre una confede­razione fra le due città, in modo da costituire un solo popolo senza di­stinzione di territori e dileggi e con uguali diritti e doveri. Le crona­che delle due città riportano entusiastiche manifestazioni di giubilo e di soddisfazione per la proposta di fra Giacomo, anche se la pace durò ben poco.

Fra Giacomo trascorse l’intero periodo che va dal 1448 al 1452 nella Marca anconetana, in qualità di vicario provinciale degli Osser­vanti, Visitò tutti i conventi marchigiani, da Pesaro ad Ascoli senza tralasciare il dovere della predicazione e della lotta contro i Fraticelli, È di questo periodo l’erezione del “suo” convento di Monteprandone (la bolla di erezione è del 22 agosto 1449, concessa da papa Nicolò V), che rimarrà d’ora in poi per lui un sicuro rifugio spirituale e cultu­rale.

Dopo la canonizzazione del suo maestro ed amico Bernardino da Siena, avvenuta il 24 maggio 1450, festa di Pentecoste, fra Giacomo risiedette ad Ascoli e qui completò il suo “Campus florum “, che venne utilizzato come prontuario di predica zione.

Nel 1451 fu richiesto a fra Giacomo di essere arbitro e garante nel dirimere alcune controversie sorte proprio nel suo paese natio e nei paesi limitrofi. Si trattava, come sempre, di confini contesi fra Monte prandone ed Acquaviva Picena e fra Monteprandone e S. Benededetto del Tronto, confini lungo il torrente Ragnola, che a quel tempo limitava sia i confini dei due comuni che i confini fra le diocesi di Ascoli e Fermo. Si potè arrivare a soluzione pacifica grazie al diretto inter­vento di fra Giacomo, che in quell’anno (1451) si trovava a Monte­prandone per seguire direttamente i lavori di costruzione del convento, lavori iniziati appena due anni prima. Un atto notarile, che oggi si tro­va presso l’Archivio di Stato di Ascoli riporta la mi­nuziosa descrizione della controversia e della pacificazione. Si viene così a sapere che fra Giacomo volle che i due centri eleggessero cia­scuno otto persone, la cui famiglia fosse abitante del luogo da almeno cento anni, e che andassero a sancire i patti con giuramento presso la chiesa di S. Maria di Casalicchio, nel territorio di Montemonaco, ai piedi del monte Sibilla, toccando l’altare e l’immagine della Madonna, “come è solito iurarse in quillo loco”. Partirono così 16 persone (otto per parte) disposte a giurare nel Santuario di Casalicchio “a lode di Dio onnipotente e per la pace delle due parti “. Nell’eventualità poi che i responsabili di uno dei due centri non fossero riusciti ad ubbidire a queste regole dettate da fra Giacomo (o per mancanza di persone con una residenza paesana così longeva, o per riluttanza ad emettere un giuramento o per difficoltà di un viaggio così lontano) sarebbero stati costretti a rinunciare ai diritti sui confini.

Nel 1452 troviamo fra Giacomo libero da ogni incarico nell’ ordinene dell’Osservanza e nella Provincia marchigiana e probabilmente chiese di poter tornare a fare il predicatore itinerante in Dalmazia nella Bosnia. Ciò gli fu concesso. Ma la sua permanenza fu di breve durata, dal momento che fu richiamato urgentemente a Roma Generale dell’Osservanza, fra Marco da Bologna, al fine di per causa dell’Osservanza davanti al papa Nicolò V.

Il    1454 fu trascorso dal nostro fra Giacomo ancora nella predicò la Quaresima a S. Severino, poi fu a Matelica, Fermo, Sant’Elpidio, Ascoli, Fano, Recanati...

Nel frattempo S. Giovanni da Capestrano, il grande apostolo lotta contro l’invasione turca nei Balcani, moriva il 23 ottobre a Ilok, dopo che Belgrado era stata salvata dagli eserciti cristiani. Turchi rimanevano un problema aperto e papa Callisto III, con due lettere del 17 maggio 1457, non esitò a nominare il nostro fra Giacomoche già aveva compiuto i 60 anni, a prosecutore dell’opera del Capestrano. Doveva andare in Ungheria per animare i cristiani ed era costituito inquisitore. In pochi giorni fu a Buda, accolto dal re e dal cardinale legato. Dell’attività di fra Giacomo in questo periodo sappiamo ben poco, ma possiamo immaginare le difficoltà incontrate per sostenere la fede cattolica, sensibilizzare i principi e il popolo non desistere nella lotta contro il nemico, accendere l’entusiasmo nei soldati e così via. Tale duro lavoro durò pochi mesi, perché forti febbri costrinsero fra Giacomo ad un rientro forzato in Italia nella metà del 1457. Ma nel 1458 il nuovo Papa Pio II riaffidò a fra Giacomo il compito di continuare il lavoro precedentemente cominciato. Obbediente come sempre, fra Giacomo si dedicò con urgenza a reclutare armi e soldati dalle varie regioni d’Italia e a presentare al papa un piccolo esercito di crociati pronto a liberare Patrasso.

Nel 1459 fra Giacomo predicò la Quaresima a Fermo e nel 1460 lo troviamo nel Veneto e in Lombardia, dove a Milano, il 22 luglio, fe­ce una memorabile predica che portò alla conversione di 36 prostitu­te La fama ditale predica fece sì che fra Giacomo fosse incaricato a predicare la Quaresima del 1461 a Milano e venuto a morire l’arci­vescovo della città (il benedettino Carlo da Forli) proprio in quei gior­ni, fra Venanzio ci racconta che “tucto el  clero et tucta la terra (città) elesse lo beato Jacomo per arcepiscopo de Milano; et isso se ne fugi di nocte secretamente per non esserevescovo, per fugire la pompa del mondo et per poter predicare lo honore de Dio et la salute de le anime”.

La Quaresima del 1462 troviamo fra Giacomo predicare a Brescia e nell’aprile del 1463 fu ad Assisi e nell’Umbria, quale predicatore della crociata contro i Turchi. Nel 1464 lo troviamo nel Veneto, a Ve­nezia, Udine Rovigo e Chioggia. In questo anno fra Venanzio comin­ciò ad essere compagno di viaggio ed amorevole servitore del Santo, fino alla morte di costui.

Nel 1466 andò a L’Aquila, con lo scopo di iniziare a costruire la chiesa che avrebbe custodito le spoglie di S. Bernardino da Siena. Ma la sua opera non si esaurì qui, perché propose alla città l’istituzione di opere a carattere pubblico a favore dei poveri, tra cui il Monte di pietà. Siamo ai primi anni della creazione ditali istituti di beneficenza e di aiuto ai poveri e fra Giacomo contribuì nello stilarne i regolamenti e gli statuti.

La Quaresima del 1467 fu predicata da fra Giacomo ad Ancona e poi a Macerata, ma ormai le forze di fra Giacomo, che ora ha 75 anni, cominciano a scemare. È proprio di questo periodo la sua decisione di interrompere il ministero della predicazione. Egli scrive infatti: “Io, fr. Giacomo da Monte Prandone, dell ‘Ordine dei Minori.., sospesi la pre­dicazione nella festa di S. Bernardino, il mese di maggio 1467, all ‘età di 75 anni, Tale decisione riguarderà ovviamente solo l’attività uf­ficiale, anche se non mancherà di predicare occasionalmente e nel bi­sogno.

 

Gli ultimi anni

Gli ultimi anni della vita di fra Giacomo furono funestati da una salute malferma. Già nel 1439 egli era stato costretto ad abbandonare il suo viaggio in Terrasanta e nel 1547 a lasciare il lavoro avviato in Ungheria. Fra Venanzio scrive: “Se guastò el corpo suo, che ebbe uno fru­scio de sangue ehe Ii durò nove anni “, dal momento che egli “s ‘affa­tigava  in oratione, in digiunìj, in dessipline . Dice ancora fra Venanzio: “Lo Beato lacomo più de 20 ai inanze che moresse fo passionato da molte infirmitade, maxime de podrage che alcuna volta n ‘era tuto perduto: haveva doglie de fian­chi, de colica, male de pietra, stomaco tristo et grande infiamatione, rescaldamento de figato. Più de 20 anni hebe fluxo de sangue et per quello ne  diventò ethicoo (tisico)... Non aveva niciuno dente

Nel 1468 fra Giacomo lo passò quasi totalmente nel convento di Forano. In questo anno ci fu un viaggio a Roma, dove si recò a far visita al francescano cardinale Francesco da Savona, suo amico, aI quale il Santo aveva profetizzato il papato. Durante questo incontro fra Venanzio racconta di un prodigio avvenuto. Fra Giacomo  conversando col cardinale sull’incarnazione di Cristo nel grembo di Maria dalla sua carne e dal suo sangue disse il suo pensiero. “Subito che el bea­to Iacorno disse queste parole, una figura de la Vergine Maria che era in quello camera davanti a li occhi del cardinale se inchinò assai ad confermationee de l’ opinione del beato lacomo: la figura era la Vergine  con lof gliolo in braccio “Tale piccola immagine, in terracotta, oggi si trova in una cappella della Chiesa della Madonna Delle Grazie nel convento di Monteprandone, voluto da S. Gia­omomo. Vi fu lasciata da fra Venanzio nel 1471.

Da Roma fra Giacomo passò ad Assisi e qui rimase diversi mesi. Negli ultimi mesi dello stesso anno si mise in viaggio per la Marca ed arrivò ad Ascoli e quindi a Monteprandone. Nel 1472 arrivò la richiesta del re di Napoli, Ferdinando, fatta espressamente papa Sisto IV di avere fra Giacomo nel suo reame, dal momento che  grande era la fama della sua santità e dei suoi miracoli. Fra Giacomo anche se si trovava in pessime condizioni di salute volle obbedire al Papa e si accinse a partire alla volta di Napoli.

Verso i primi di marzo del 1473 fra Giacomo e il suo fedele fra Venanzio partivano dalle Marche per Napoli. E siccome era troppo vecchio per andare a cavallo fu messo in una grossa cesta sopra un mulo. Patetici questi due frati rannicchiati dentro le ceste appese da una parte e dall’altra di un mulo. E il tutto per amore di Dio e in spirito di grande obbedienza.

A Napoli fra Giacomo arrivò probabilmente per la Pasqua del 1473 e per predicare scelse la chiesa francescana di S. Maria La Nova, al centro della città, ma fissò la sua residenza abituale nell’altro con­vento di Santa Croce, fuori le mura. A Napoli fra Giacomo trascorse gli ultimi tre anni della sua vita, in un ozio quasi forzato, fuori del suo ambiente e del suo apostolato itinerante. Più volte disse al suo fra Ve­nanzio: “Qua perdimo el notro tempo! “. Certamente fra Giacomo non era andato a Napoli pensando di restarvi definitivamente, perché si sentiva ormai alla fine della sua vita, che avrebbe voluto chiudere ad Assisi o nella sua Marca. Ma volentieri si sottometteva alla volontà del Papa, che lo pregava di intrattenersi a Napoli per assecondare il desiderio del re Ferdinando, nella speranza di avere il re sempre fedele alla sede di Pietro.

Sebbene la sua predicazione si svolgesse quasi sempre a Napoli, sappiamo per certo che in questi ultimi anni andò a predicare anche a Nola, Portici, Teano e Sorrento, nonostante che la sua malattia progre­disse ogni giorno più.

Bellissimo è il capitolo che fra Venanzio scrive per raccontare gli ultimi momenti della vita del Santo. Mi sembra bello trascriverlo fe­delmente:

“Quando lo Beato lacomo morì., chiamò lo Guardiano et disse: “Patre Guardiano mio, ti prego che me recommande a tutti li frati che preghino Dio per me, perchè sarrà poco la mia vita. Io agio grande paura che questa colica me amassarà; et quando fusse voluntà de Dio non voria morir de questa infirmità, perchè è uno dolore tanto grande et tanto insuportabile che 1 ‘omo non se pò aparechiare con quella de­votione che doveria; non de meno sia facta la voluntà de Dio! So con­tento quello che vole la sua Maiestà. Pregate Dio per me”. Et de l’al­tro dì cascò amalato de colica che non poteva nè mangiare nè dormi­re. Ciò che piliava getava per boca; et non li giovava nè medico nè medicina... Et venendo lo quinto di de la sua infirmità la nocte a mezenocte... io frate Venanzio cognobi questo essere declinato assai la sua vita, et io dissi a lui: “Patre, voi ve aproximate a la morte, aparichia­teve devotamente”.,, Et quello per sua humanità credeva più a me che a nullo medico, et disse a me. Chiamateme lo confessore mio”. Et io chiamandolo se confessò devotamente. Essendo confessato per la grandissima infirmità et pena che aveva pateva grande sete, “Prego, disse, da bevere”, Lt poi disse: Patre, a me pare che ve comunica­te”. Et quello disse: “Sono contento, figliolo. Famme aparechiare che me posse communicare”. Cusì fe ordinare ogni cosa. Et venendo tuti li frati ordinatamente, come se sole fare quando se accompagna lo Corpo de Christo, lui se aparechiò con gran devotione et con lacrime domandò perdonanza a tutti li frati de ogni male exemplo, pena, rin­crescimento che mai li avesse dato. Et amonì li frati che fussero sem­pre ferventi ad amare Dio et observare la regula sancta che avevano promessa. Et multe bone et sancte parole et amonitione dette a li frati pregandoli tutti devotamente che volesseno pregare Dio per lui. Et co­sì se communicò con gran devotione. Partendosi li frati lui diciva: “Aimè che aio tanta sete che non posse più durare!” Et volendo/i dare a bevere, non lo volse dicendo che per reverentia del sacramento non lo voleva sì presto. Et cusì stete per spatio de terza de hora, Poi le det­te bere et confortalo et stando un quarto d’ora in tanti dolori che non si poteva dire, sempre chiamando Yhesù benedicto, Maria, Passio Ch­risti benedicti; et così continuo chiamava Yhesù che lo aiutasse. Et poi se voltò a me et disse: “Frate Venanzo!” et io standoli nante disse: “Patre, che ve piace?” Et quello a me domandò le mie mani. Et io stendendoli et lui pigliava le mia, in ciascuna de le sua mani teneva una de le mia et con gran pietà me se ricommandò dicendo: O fi­glio mio, io sento li dolori de la morte, Prega Dio per me”, Et io li ri­spusi confortandolo. Patre, dateve de bona voglia. Non dubitate de niente, che voi sete bene aparechiato. Chiamate Yhesù benedicto che ve aiuta”... Et quello con le lacrime disse, Figlio/o, perdona me de ogni male exemplo, pena et rincrescimento che io t’agio dato. Io t’a­gio represo et rincapellato perchè t’agio voluto bene, Et sì ti ringratio che m ‘ài servito, honorato et reverito più che non merito, ne possa aver merito da meser Domine Dio, Sempre pregarò Dio per te. Et tu fa che prega Dio per me”. Et deteme infinite benedictione. Et io li disse: Patre, ve recommando tuti questi amici vostri; pregate Dio per loro. Commo lo papa che grande amore ve porta. Et li cardinali, questo re, el duca nostro, la duchessa et tuti li figlioli: tuti questi signor et gentili homini, et tuta questa città: pregate Dio per loro”. Et in tanto venero li frati che Ii recommandorno l’anima et lui proprio ci aiutava, Et de continuo era in quelli dolori grandissimi et de continuo chiamava Yhesù et senpre aveva le mie mane con le sua. Quando venivano quelli dolori tanti acerbissimi lui et io de continuo chiamavamo Yhesù bene­dicto; et lui più volte me avea dicto che quando lui fusse al pucto de la morte, io de continuo li chiamasse Yhesù a le orechia; ma chiamava­mo Yhesù cusi stando insieme. Et quando venne in tanta extremità che non poteva più parlare, venendo quelli dolori sì grandi, et quelo alza­va le mane in alto inseme con le mie, con li ochi al celo, con sguardi pietosi et lacrime. Et cusì fece tre volte questa elevatione, et la terza fiata in quela elevatione cossi li usci l’anima del corpo, et non lassò le mie mane un pezzo da poi che fu morto, et fu a di 28 de Novembre 1476 de jovedi a le 15 hore”. Aveva 83 anni.


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GALLERIA FOTOGRAFICA
SAN GIACOMO DELLA MARCA   ignoto pittore marchigiano secoli XVI-XVII olio su tela cm 113x86 Cupramontana,convento di San Giacomo Apostolo "La Romita"

1393   nasce a  Monteprandone 
           nel settembre, forse di domenica
           fanciullo pascola maiali e pecore
          
frequenta la scuola ad Ascoli  
           studia diritto a Perugia


1416   è notaio alla segreteria comunale di Firenze 
           e giudice di pace nel castello di Bibbiena 

1416   entra nell'Ordine francescano alla
           Porziuncola di Assisì


1417  
studia teologia a Firenze 

1420   è ordinato sacerdote,il 13 giugno 
           fa la sua prima predica
           si susseguono gli impegni di predicazione 
          
in Italia 
           

1431/32   predica in Dalmazia,Bosnia,Croazia

1436   predicatore e legato pontificio in Ungheria 
           e anche a Praga

1439   rientra definitivamente in Italia
           dedicandosi alla predicazione e ad
           intrventi sociali 

1457
   predica la crociata in Ungheria per
           contrastare l'avanzata dei turchi

1458
   si dedica ancora alla predicazione 
           in Italia   

1473   parte per Napoli 

1476  
muore a Napoli il 28 novembre 
 
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Cesare Peruzzi di Montelupone  1926. 
S.Giacomo entra nell'ordine francescano


Campanelli
Madonna delle Grazie e 
i Santi Carlo Borromeo e 
Giacomo della Marca
Monteprandone,chiesa di San Nicolò 

Alessandro Ricci
(Fermo,1749-1829)
Storie dell'Icona mariana 
di Fermo e San Giacomo della Marca (siglato A.R.)
Olio su tela,cm48x36
Fermo,Museo Diocesano

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Atanasio Favini 
(Coriano,1749-
Macerata,1848)
San Giacomo della Marca
riceve in dono 
la"Madonna delle Grazie"
Olio su tela,cm260x140
Monteprandone,Santuario
S.Giacomo della Marca

Ignoto pittore e ignoto intagliatore marchigiano
terzo quarto secolo XVII
S.Giacomo della Marca e devoti alla sua tomba
Olio su tela,cm103x83;con cornice cm 185x135
Fabriano,chiesa Santa Maria del Buon Gesù

E.Tegli 
la morte di S.Giacomo
a Napoli






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E.Tegli 
la prima messa di S.Giacomo

E.Tegli 
 S.Giacomo
 predica ad Ancona
E.Tegli 
 S.Giacomo risana malati a Dubronowik

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Cesare Peruzzi di Montelupone nel 1926. 
S.Giacomo entra a Praga con l'imperatore Sigismondo

E.Tegli 
un'attentato contro S.Giacomo a Praga
E.Tegli 
l'attentato di Matelica a  S.Giacomo
    
Un inchino convinse il cardinale



LA VERGINE DELLE GRAZIE

Racconta fra Venanzio da Fabriano che l' immagine della Vergine apparteneva a frate Francesco Della Rovere di Savona che,nominato cardinale nel 1468, il santo era andato a ossequiare.Giacomo ne approfittò per chiedere al dotto confratello il parere sul trattato De conceptione Christi che gli aveva precedentemente inviato.
Il Della Rovere parlò delle varie opinioni dei teologi fondate sulle scienze di allora,al che Giacomo replicava che la verità era questa:"Monsignore,lassate dire chi vole dire et creditemi che el corpo de Christo fo generato nel ventre de Maria de la carne,de lo sangue,dela substantia de Maria":
A questo punto sarebbe successo il fatto miracoloso dell'immagine della Vergine che da "una cona"(Codici di Sant'Isidoro e Pesarese) o da "una tavola...due palmi alta"(Codice Vaticano Latino) avrebbe inclinato il capo in segno di approvazione.
Il cardinale, commosso e dopo aver baciato l'immagine, si sentì obbligato a donarla al santo confratello.
L'immagine è di modeste dimensioni e in terracotta dipinta. Raffigura la Vergine a mezzo busto leggermente inclinata verso il Bambino Gesù che regge sul braccio destro; questi affettuosamente le stringe al collo aggrappandosi con la mano sinistra al velo.
Portata dal santo nel convento di Monteprandone l'immagine ha sempre attirato devozione tanto che nei secoli passati era conservata sull'altare maggiore. Nel 1889 fu posta al centro di una cappella ricavata sul lato destro della chiesa.
Dal 1956 è nella nuova cappella laterale decorata con tempere dal francescano Arturo Cicchi.
Davanti a questa immagine continua la devozione dei fedeli per implorare l’aiuto materno della Vergine Maria. È onorata particolarmente nel mese di maggio. L’ultima domenica di agosto le si dedica una particolare festa.

San Giacomo, un francescano contro l'usura